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MAASAI
Il nome “Maasai” resta ancor oggi sinonimo di Africa genuina, primitiva, libera, dove uomini e animali si contendono l’immensa savana.

Maasai
Quel reporter che nel suo entusiasmo descrisse i Maasai come i “discendenti di una legione romana perdutasi in Africa” o “di una delle antiche tribù d’Israele andatesene per conto proprio” pecco certo di fantasia! Ma è pur vero che il nome “Maasai” resta ancor oggi sinonimo di Africa genuina, primitiva, libera, dove uomini e animali si contendono l’immensa savana.


“Shopa!”(ti saluto!) mormoro un poco timoroso ad un distinto anziano avvolto in una coperta, che mi si presenta al limitare di un boma (villaggio).Gli porgo la mano, con il palmo rivolto verso il basso, per incontrare la sua. Il mio pollice si serra sopra il suo pugno poi si apre per ripetere la stessa manovra con la mano rivolta verso l’alto ; quindi ancora una terza stretta, con la mano nuovamente rivolta verso il basso. “Epa!”- mi risponde. Soltanto gli occhi mi rivelano che ha gradito il mio saluto Maasai
Ho davanti a me un uomo, color bronzo, ma potrebbe essere una statua,
impenetrabile, pietrificatasi millenni orsono. Tolto il colore del viso che tradisce troppo l’ Africa, potrebbe essere benissimo un esemplare di un’antica legione romana. Bimbi a frotte, sbucati da chissà dove, sono comparsi sullo spiazzo di fronte alle capanne. Le bambine hanno una coperta o un pezzo di tela attorno ai fianchi; i bambini non hanno niente. Dalle capanne basse e circolari, intonacate di fango e cotte dal sole, sta uscendo una processione di donne. Il cranio rapato a zero e lucido di grasso gareggia con il luccichio delle migliaia di perline di cui sono costituite le dozzine di collane appese a tutte le parti del corpo: il collo, le orecchie, la testa , i polsi, le avambraccia, le dita , le ginocchia, le caviglie…
Fuori dal recinto che protegge il villaggio dalle irruzioni di belve predatrici, vigila un guerriero, la mano appoggiata alla lancia, la testa adorna di uno splendido pennacchio. Ora ci sono tutti : vecchi e guerrieri, donne e bambini. Sembrano visioni di un mondo misterioso e lontano, che affonda le radici della sua storia in regioni anch’esse lontane.


Chi sono i Maasai ? Da dove vengono ?
Dalla preistoria ad oggi
Migliaia di anni orsono, un popolo non meglio definito che con il nome di “nilotico” viveva attorno a quel lungo serpente che è il fiume Nilo, nella regione oggi conosciuta come Sudan. Alti e longilinei questi popoli costituivano una particolare razza di negroidi, che viveva di caccia e di quanto la natura offriva spontaneamente. Poi, dall’occidente verso il 3000 avanti Cristo, giunsero i primi rudimenti d’ agricoltura. Provarono anch’essi a dissodare il terreno e a gettare le sementi , ma vi rinunciarono presto per dedicarsi alla pastorizia e divennero nomadi, pur conservando nei luoghi più adatti una primordiale agricoltura. Scelsero la via del sud come guidati dall’istinto. Alcuni gruppi penetrarono nella regione che oggi chiamiamo Etiopia , altri puntarono invece verso la regione corrispondente all’Uganda, risalendo il Nilo.
Passando da un luogo all’altro con i loro armenti e scendendo sempre verso sud, quei gruppi finirono per ricongiungersi in una zona più adatta alla loro vita, dove misero tende e radici per non muoversi più : la Rift Valley. Ma per incontrare i Maasai di oggi bisogna risalire ancora di secoli. E sono secoli di buio completo. A far luce non restano che alcune leggende maasai, tramandate di padre in figlio, che parlano di una migrazione dalle valli di Kerio (nella Rift Valley) “verso i pascoli e le montagne vicino al cielo”, cioè le estensioni intorno alla montagna del Kenya (5199 m) e poi più giù verso le pianure del Kilimanjaro (5963 m). Fu qui che i Maasai si incontrarono per la prima volta con gli esploratori bianchi.
Terrore di tutte le tribù, essi spadroneggiavano in lungo e in largo, dal lago Vittoria all’ Oceano indiano, dal Kenya al Kilimanjaro .Comandavano questo popolo due grandi capi , Mbatyani e Nelion, (ai quali saranno intitolate le due più alte vette del Kenya : Mbatian e Nelion). Ma questi capi nulla poterono contro una lunga serie di calamità che improvvise si abbatterono sul popolo Maasai. Alla peste degli animali (1880) seguì il vaiolo e poi ancora una tremenda siccità con carestia e fame. I Maasai morirono come mosche ed i superstiti si aggrapparono disperati all’ultima tavola di salvezza: la razzia a danno delle altre tribù. Le lotte furibonde che ne scaturirono, decimarono i già esausti pastori. E come se ciò non bastasse, ecco morire (1889) il loro capo Mbatyani. I due figli Lenana e Sendeu ( a Lenana venne pure dedicato il grande ghiacciaio del Kenya), si disputarono a suon di lancia la successione . Lenana ha la meglio, ma ora sono gli inglesi a giungere ed occupare la regione intorno al monte Kenya.
Nel 1904 i Maasai vengono divisi in due distretti, per essere poi riunificati nel 1911 in un'unica regione ricca di pascoli ( sempre che le piogge siano abbondanti), detta oggi Maasailand, un territorio che dal Kenya sconfina per un buon tratto in Tanzania. Un “censimento” nel lontano 1979 assommava i Maasai del Kenya a circa 200.000 individui. Un’altra grande comunità vive in Tanzania. Oggi i Maasai sono quieti, ma continuano ad essere impenetrabili.
Quando cielo e terra si separarono, Enkai (Dio) aveva dato loro le mucche. E perché mai tradire questo grande dono e mutare la loro vita di sempre ?


Precedenza alla mucca
“ Spero che le tue mucche stiano bene! “ E’ l’augurio che un vero maasai rivolge al suo compagno incontrandolo sul sentiero della savana. La totale dipendenza del Maasai dalla mucca, dalle sterminate mandrie, condiziona tutta la sua vita. Quando Enkai separò cielo e terra lasciò la mucca in eredità ai Maasai. Con la mucca i Maasai trascorrono l’intera vita. Dalla mucca ricavano il nutrimento di ogni giorno. Sangue e latte mescolati assieme formano la tipica e secolare bevanda del Maasai : il “saroi” .Il sacrificio più gradito a Dio, inoltre, è l’uccisione del toro, mediante un lungo e complicatissimo cerimoniale. Per forza di logica la mucca richiama l’erba e l’erba il suolo. Mucca e suolo rivestono una caratteristica sacra ed esigono il massimo rispetto. Il pastore Maasai disdegna di trafiggere (coltivare) la terra. Se lo facesse si sentirebbe in colpa. Non smuove la terra neppure per seppellire i suoi morti, che preferisce invece abbandonare nella savana. La terra è sacra al punto che non viene profanata neppure per scavare pozzi per l’acqua. E’ vero il governo ha provvisto pozzi, ma la maggioranza dei Maasai continua a servirsi dei torrenti e dei pozzi naturali che incontra nel suo vagabondaggio. La terra appartiene ad Enkai ed è sua proprietà. Se per esigenze pratiche è stata divisa nessun individuo o famiglia potrà diventarne padrone.


Villaggio Maasai
I Maasai costruiscono di solito due tipi di villaggio. Il primo è l’enkang formato da venti o cinquanta capanne. Qui risiedono gli uomini sposati con le loro famiglie. Una fitta siepe di arbusti spinosi protegge il villaggio dagli animali predatori leoni, leopardi, iene, sciacalli. In questa siepe che circonda tutto il villaggio sono praticati minuscoli passaggi, corrispondenti al numero di unità famigliari.
La capanna della prima moglie trova posto a destra dell’entrata ; quella della seconda moglie a sinistra, quella della terza a destra e così via. Non ci sono limiti alla poligamia. Queste abitazioni arrivano a stento all’altezza di un uomo : impossibile stare dritti in piedi. Vi si entra attraverso uno stretto e breve tunnel alto circa un metro, costruito a fianco della parete. Alcune capanne si presentano con una singolare curiosità : in alto, sul tetto, costituita da un impasto di letame, erba e fango, vi è una specola. Serve per sistemare i capretti e agnelli appena nati, affinchè si asciughino e si scaldino. La capanna non ha finestre nè camini; l’aria filtra dall’entrata che di notte viene ostruita da un paravento di pelli e da bastoni. Se la capanna non è chiusa da paraventi, è segno che è abitata, ma occorre annunciarsi prima di entrare. Durante la calura del giorno l’interno è fresco senza mosche né zanzare; di notte c’è buon tepore che dispensa dall’uso di coperte e fuocherelli. Una pelle di mucca gettata sulla terra funge da letto. Il focolare è costituito da pietre di torrente. Zucche e zucchette fungono da recipienti, secchi e pentole. Nessun guardaroba , il vestito maasai è semplice : una cotonata di colore rosso ai fianchi per uomini e una pelle o un pezzo di tela variamente colorata allacciata alla spalla e avvolta attorno al corpo. Gli ornamenti si portano tutti addosso : non c’è problema qui !
C’ è un secondo tipo di villaggio detto manyatta. Un agglomerato che a volte raggruppa anche 100 capanne senza recinto di protezione. I guerrieri murran vivono in queste capanne dopo la cerimonia di circoncisione. Questa cerimonia che segna l’ingresso ufficiale del giovane nella tribù, si celebra ogni certo numero di anni ed è il sacerdote (‘l oiboni) a deciderne l’anno e il giorno. Tutti i ragazzi che hanno compiuto 14 anni (ed anche meno) abbandonano le loro famiglie e si mettono in marcia verso un luogo particolare. Qui costruiscono la manyatta.
Vi abiteranno per un lungo periodo, a volte anche per otto anni, sempre da soli.
Impareranno nel frattempo le tradizioni dei loro padri, i canti, le danze, la lotta. Difenderanno il territorio, il bestiame e i membri della tribù da eventuali nemici. In passato si occupavano frequentemente di razzie ai danni delle tribù limitrofe.
Quando questi giovani avranno terminato il tirocinio, il sacerdote annuncerà che un altro gruppo di giovani è pronto per la circoncisione e ne stabilirà il momento. A circoncisione compiuta, avverrà nella tribù un generale passaggio di gradi di età : i giovani che hanno terminato il periodo di iniziazione nella manyatta diventeranno guerrieri juniori ; quelli che erano guerrieri juniori diventeranno guerrieri seniori ; i guerrieri seniori a loro volta saranno promossi anziani juniori e gli anziani juniori saranno elevati al grado di anziani seniori. Questi ultimi , infine, se pur ce ne saranno ancora in vita, si ritireranno a vita privata.
L’ autorità, assieme al permesso di possedere bestiame, è una prerogativa dell’anziano juniore, come pure quella di partecipare alle riunioni, giudizi e vertenze che animano la vita tribale. La vita del giovane guerriero è regolata da numerose e scrupolose norme, a cominciare dal modo di mangiare e bere. Per esempio, non deve farsi vedere da donne a mangiar carne altrimenti il cibo dovrà essere gettato via. Proibiti gli alcoolici, fiutar tabacco, dormire con ragazze. Se durante la vigilanza del gregge il guerriero uccide un leone avrà diritto a fregarsi il capo con la sua criniera. Oggi il Maasai deve pensarci due volte prima di uccidere un leone : vi sono leggi severe da parte del governo.
Il coraggio di fronte al leone e agli altri predatori è cosa normale. Nessuno pensa minimamente a fuggire ; si preferisce mettere a repentaglio la vita piuttosto di perdere una capra ! Il tempo per questi pastori nomadi non ha lo stesso valore come da noi. Il sole regola tutto. La giornata al pascolo è molto lunga e non stupisce vedere giovani guerrieri occupare il tempo a coltivare la propria chioma di capelli formando lunghe cordicelle oppure praticare la lotta tra di loro o scagliare la pesante lancia in una sfida eccitante. E poiché abbiamo accennato alla moda dei capelli, giova notare che è segno di bellezza per gli zerbinotti guerrieri; per le donne invece la bellezza consiste in una bella zucca rapata a zero e lucidata con grasso o burro…


Maasai
E' il nostro nome, è il nome del nostro popolo. I nostri Padri ci dicono che i Maasai sono venuti dal Nord, dove la terra è sabbia e un grande fiume scorre attraverso di essa, e nessuno sa dove finisce. Non vi è erba per il bestiame, in quella terra, n'è cibo per la gente, e per sopravvivere i Maasai furono costretti a cercare un altro posto, a scendere verso il Sud...
Così i Maasai raccontano la loro storia tramandata oralmente di generazione in generazione. Sono un popolo di origine Nilotica come denotano bene le loro caratteristiche somatiche. Alti, slanciati, con un portamento fiero ed elegante. Anche la lingua che essi parlano, il Maa, è di origine nilotica. Popolo di pastori e guerrieri, in origine essi furono prevalentemente nomadi. Oggi alternano il vagabondare in cerca di acqua e pascoli a lunghi periodi di sosta in insediamenti stabili. La grande "Nazione Maasai", stimata in circa 500.000 individui, si suddivide in una ventina di gruppi diversi: Keekonyokie, Mara, Wanderobo, Ilkunono, Arusha, Kisongo etc. Alcuni di questi come i Samburu, col tempo hanno acquisito caratteristiche particolari che li distinguono alquanto dalla maggioranza Maasai.
" Un tempo, quando venimmo attraverso la montagna"
Arrivati nel XVI secolo sugli altipiani della Rift Valley, i Maasai trovarono in queste terre, tra il lago vittoria ed il monte Kilimanjaro un habitat favorevole al loro genere di vita. Il Kilimanjaro, (la montagna più alta del continente Africano, ossia 5.963 mt), che essi ritengono la dimora delle loro divinità, è al centro di questa zona e domina le immense savane che si estendono tutto intorno. I Maasai vivono in piccoli villaggi disseminati per tutto il loro territorio, che si estende su di una superficie di circa 80.000 Km quadrati tra il Kenya e la Tanzania. Ogniuno di essi è composto da un certo numero di famiglie che mettono in comune le proprie risorse e si prestano aiuto a vicenda per le necessità di ogni giorno. Il villaggio ha una pianta ellittica o circolare e le capanne sono disposte lungo il perimetro, circondato da un recinto di rovi. Alla sera l'ingresso del recinto viene chiuso per proteggere le persone ed il bestiame dall'attacco di nemici e belve. - La bassa capanna ( "Boma") offre da sempre un comodo e sicuro rifugio alla famiglia Maasai. Di forma rotonda, essa è costruita con un telaio di rami e frasche intrecciate. Viene quindi ricoperta con pelli di animali ed intonacata con un impasto di terra e di letame. La minuscola porta d'accesso è l'unica apertura, ma spesso vi si trova una piccolissima finestrella per l'aerazione e lo smaltimento del fumo. - Le varie attività di lavoro sono rigorosamente distribuite tra uomini e donne. Costruire le capanne è una tipica incombenza femminile e la donna, inoltre, esegue ogni altro lavoro di carattere domestico. All'uomo sono riservate le attività di governo, la cura del bestiame e soprattutto la sua condizione di guerriero al servizio della comunità che lo tiene "impegnato" per circa quindici anni. - L'occhio di Enkai (Dio) è grande. "...Enkai ha voluto affidare il bestiame della Terra a noi Maasai, perchè i Maasai sono i migliori e i più forti. Solo i Maasai possono vivere del bestiame, che è la più grande ricchezza, e agli altri non è rimasto che vivere dei frutti della terra, perchè essi non sono in grado di allevare il bestiame come i Maasai..." Essendo l'unica loro risorsa di vita, i Maasai dedicano alla cura del bestiame ogni attenzione e preoccupazione. Essi sono abili allevatori, possiedono grandi armenti di bovini e capre, e da questi traggono alimenti base: latte, carne, sangue. Quando s'incontrano si salutano con queste parole: "...spero che il tuo bestiame stia bene!". Il latte è il primo ed il più importante degli alimenti. Per questa sua funzione esso assume spesso un significato simbolico e sacrale che ricorre in diverse cerimonie, nelle quali viene spruzzato sul corpo o versato sul capo; non viene mai consumato insieme alla carne, della quale si cibano più raramente. Il sangue del bestiame, viene prelevato dalla vena giugulare dell'animale, con un foro praticato per mezzo di una freccia scagliata da breve distanza. La quantità di sangue che una bestia può fornire è di circa tre o quattro litri ogni mese. "..il sangue è la vita, è la vita dei nostri armenti che passa nel nostro corpo e ci dona la forza..." Il sangue, oltre che fonte alimentare, ha una simbologia rituale e, spesso, viene consumato miscelato con il latte. - "Enyanyuk enkikau o endunoret"..."Quello nato prima e quello nato ultimo sono uguali". Non vi sono differenze tra i figli di età diverse così come per quelli adottati dal di fuori della famiglia. Ogni figlio è amorevolmente benvenuto e perfettamente legittimo anche se frutto di una relazione extra-coniugale. I Maasai infatti non attribuiscono grande importanza al fatto di essere biologicamente padri dei propri figli. - Non hanno un'organizzazione politica ben definita. Le loro "istituzioni" sono molto semplici e di sicuro funzionamento, le stesse adottate e seguite per secoli dai loro antenati. In genere, un gruppo di villaggi costituisce una "località", governata da un capo. Un consiglio di anziani, chiamato "Ol-olsho", decide le questioni riguardanti le diverse "località". Quando si devono esaminare situazioni riguardanti la "Nazione Maasai", si riuniscono in assemblea tutti gli "Ol-olsho". - Il carattere nomade-pastorale ha condizionato la loro struttura politico sociale. Questa si basa sulla divisione della popolazione maschile in classi di età. Il passare degli anni attribuisce agli individui prerogative diverse, e ad un'età più avanzata corrispondono maggiori diritti e maggiore autorità. Le classi di età sono 4: Guerrieri Junior, Guerrieri senior, Anziani junior, Anziani senior. Si passa da una classe all'altra ogni volta che viene indetto un "periodo di circoncisione", orientativamente una volta ogni sette anni, ma questo periodo può rimanere aperto alcuni anni. La circoncisione è l'avvenimento sociale più importante e significativo della loro vita. Si viene circoncisi quando si raggiunge la maturità, cioè intorno ai 14 anni, e con questo atto ha inizio ufficialmente la responsabilità sociale nei confronti della comunità.



M A A S A I
Ad una donna Maasai è permesso avere relazioni sessuali prima del matrimonio e mantenerli con i suoi innamorati perfino dopo.
Questo avviene perché ad un guerriero (moran), è permesso avere molte ragazze tra quelle non ancora circoncise, d'età compresa tra i nove e i 13 anni che non hanno ancora avuto il ciclo mestruale. Dato che molte delle ragazze sono troppo giovani per avere relazioni sessuali, i guerrieri hanno intimità con loro in altri modi.
Tradizionalmente, ad una ragazza Maasai è permesso avere tre amanti tra i morans, uno spasimante, al quale lei prepara il latte, un sostituto, che occupa il posto del primo quando non è disponibile, ed un terzo che sostituisce gli altri due quando non sono presenti.
Le ragazze sono normalmente iniziate alla prima mestruazione, e lasciano i loro guerrieri per sposare uomini che hanno di solito il doppio della loro età. Il matrimonio di una ragazza è organizzato dal padre perfino prima che lei nasca, gli uomini sposano quando sono nell'età matura, all'incirca quando sono vicini alla trentina o anche più grandi, quando hanno passato il loro periodo di moran, perché devono crearsi un benessere prima di sposarsi e questo solitamente richiede anni.
La ragazza che lascia la casa paterna per quella dello sposo, è benedetta dal padre, il quale sputa un sorso di latte sotto il suo collare e l'avverte di non guardare indietro o altrimenti diventerà di pietra. Lo sposo va avanti per assicurarsi che il cammino sia sicuro e senza ostacoli. All'entrata della proprietà del marito è accolta dalle sue parenti strette, che la accoglieranno tirandole dello sterco di vacca e insultandola, in genere per la sua altezza, che è un punto d'orgoglio per i Maasai. Il motivo di ciò è mettere alla prova la sua perseveranza di fronte alle avversità della vita.
Durante l'iniziazione (eunoto), il cerimoniale 'osing(h)ira' è officiato da 49 madri dei più valorosi morans. Nessun moran, che abbia dormito con una donna circoncisa può entrare nella capanna.
Il culmine del cerimoniale di quattro giorni si raggiunge nel terzo, con la corsa intorno l'osing(h)ira da parte dei morans che corrono alle 'manyattas' insieme con le loro madri e fidanzate. Durante la corsa intorno alle manyattas il loro eccitamento si innalza ad ogni giro, fino a che cadono a terra in uno stato chiamato 'emboshona', schiumando dalla bocca e perdendo il controllo delle loro azioni. Non appena l'iniziato si è ripreso, va a cacciare piccoli uccelli con arco e frecce, rimuove le viscere di ognuno e li riempie con cenere ed erba secca per farne un copricapo.
Soltanto quelli che hanno sopportato stoicamente il dolore della circoncisione, hanno il diritto di portare questo copricapo. Quelli che hanno ucciso un leone hanno un copricapo fatto con la sua criniera. L'iniziato rincorre le giovani ragazze e le colpisce con piccoli colpi di freccia, ogni volta che una ragazza è colpita, deve dargli un anello di perline che lui porterà al suo dito o in un cerchietto posto sulla testa. Più anelli accumulano e maggiormente saranno ammirati dal loro gruppo d'età.



LA MISTERIOSA TRIBU' DEI MASAI

I Masai o Maasai , un popolo pittoresco di pastori, vivono negli spazi aperti della Great Rift Valley dell'Africa orientale. Fanno parte di quelle tribù semi-nomadi. Stanziati nel Kenya e nel nord della Tanzania, sono sopravvissuti a un'epoca passata e vivono più o meno come vivevano i loro antenati secoli fa. Essi mettono come fondamento della propria vita il Ciclo Solare -Alba/Tramonto- e il mutare delle stagioni. I Masai appartengono alla famiglia di gruppi tribali dei Niloti. Si pensa che siano migrati dalla valle del Nilo in Sudan in qualche momento storico successivamente al 1500 a.C., portando con sé il bestiame. Da allora non hanno mai abbandonato lo stile di vita semi-nomade e l'allevamento come principale fonte di sostentamento. L'abilità dei masai sta nel saper sopravvivere nell'ambiente aspro e nel paesaggio accidentato della Rift Valley. Hanno la fama di valorosi guerrieri ed un portamento fiero e nobile. Vivono nelle preterie del Kenya e della Tanzania. Sono circa 350 mila pastori semi-nomadi, allevano soprattutto bovini e di conseguenza la loro vita è molto condizionata dalla presenza di acqua e pascoli per gli animali. Per i masai la terra è sacra al punto che non può essere profanata per coltivare o per scavare pozzi. E neppure per seppellire i defunti: i pastori preferiscono abbandonare i corpi dei morti in pasto agli animali della savana. La terra appartiene esclusivamente al dio Enkai. Per esigenze pratiche può essere divisa, ma nessuno individuo può diventarne padrone. I masai sono circa 350 mila. I maschi di questa tribù sono organizzati in rigide classi di età (ragazzi, guerrieri e anziani). Attualmente, provati dalle conseguenze della colonizzazione europea, vivono confinati in zone delimitate del territorio keniota. Noti per la loro audacia e il loro coraggio, comunemente i masai non si vedono mai senza la loro lancia ben affilata.


FISIONOMIA e COSTUMI: Alti belli e slanciati, i masai hanno un ottimo aspetto. Il loro abbigliamento è estremamente pittoresco. Si avvolgono intorno al corpo snello drappi sgargianti rossi e blu. Le donne di solito si adornano con larghi collari piatti ornati di perline e fermacapelli multicolori. Attorno a braccia e caviglie portano massiccie spirali di rame. Uomini e donne spesso si allungano i lobi degli orecchi modellandoli con pesanti orecchini e ornamenti di perline. L'ocra, minerale rossiccio ridotto in polvere, viene spesso mischiato con grasso bovino e spalmato sul corpo a regola d'arte. Per loro il rituale della Danza è propiziatorio e spesso esse si svolgono la sera illuminate dalla luce del fuoco. In piedi in cerchio, si muovono ritmicamente. Man mano che la velocità dellla danza aumenta, i pesanti collari battono ritmicamente su e giù sulle spalle delle ragazze. Poi ad uno ad uno, i guerrieri masai entrano a turno al centro del cerchio, dove eseguono una serie di spettacolari salti verticali, lanciandosi in alto nell'aria. La danza continua finchè tutti non sono esausti.
FEDE: Essi credono che il Dio della pioggia Ngai abbia donato a loro tutto il bestiame della terra, per cui chiunque altro ne possegga, lo deve aver rubato a loro. Questa credenza è stata all'origine di diversi scontri anche gravi con altre tribù della regione. Essa deriva dalla leggenda che nel principio Dio aveva tre figli, ai quali diede un dono ciascuno. Il primo figlio ricevette una freccia per cacciare, il secondo una zappa per coltivare e il terzo un bastone per radunare il bestiame. Quest'ultimo figlio sarebbe il padre dei Masai. In alcuni dei loro riti sacri si beve sangue di mucca.Ci sono numerose altre tradizioni e cerimonie ancora conservate dalla cultura Masai. Una delle più note è la danza "saltante" dei giovani guerrieri (o morani), che saltano da in piedi (senza piegare le ginocchia) per dimostrare la propria forza e agilità. Fino a poco tempo fa, un moran (giovane maschio Masai) poteva prendere moglie solo dopo aver ucciso un leone; come si può immaginare, oggi questa pratica è vietata ed è stata ufficialmente abbandonata, sebbene ci siano motivi di ritenere che essa sia ancora praticata in alcune remote regioni del Kenya. Si sta anche perdendo (per mancanza di terra) la tradizione secondo cui gruppi di giovani venivano mandati a fondare un nuovo villaggio, con l'obbligo di abitarvi a lungo (spesso per anni interi) come parte dei riti di iniziazione all'età adulta.
FAMIGLIA: Le donne hanno un notevole potere nella società Masai. Hanno la testa completamente rasata, abiti di colori vivaci con tipiche perline colorate, e viene loro tolto uno dei denti inferiori (questo avviene per entrambi i sessi). Gli anziani inoltre hanno un ruolo significativo nella società masai: l'educazione dei bambini. Essa infatti è un'mpresa comune e chiunque persona anziana, può disciplinare e castigare un bambino disubbidiente. Ai bambini è insegnato il rispetto degli anziani e della tradizione. In questo modo i babini imparano il rispetto e il modo di vivere della famiglia. I primi anni sono spensierati, ma appena sono più grandicelle, le bambine imparano le faccende domestiche, mentre i bambini ad accudire il bestiame. I genitori tramandano ai figli la conoscenza delle medicine tradizionali e insegnano loro riti e tradizioni masai che riguardano ogni aspetto di vita.
CERIMONIE DI INIZIAZIONE: Man mano che crescono i giovani imparano le usanze e le cerimonie che segnano il passaggio dall'infanzia all'età adulta. Alcuni dei rituali imparati hanno a che fare con le malattie, la sfortuna, il mattrimonio e la morte. I Masai ritengono che se non osservano queste cerimonie, saranno maledetti. I genitori possono decidere il matrimonio di una figlia quando è ancora bambina. La ragazza è contrattata con capi di bestiame. Tra i passaggi di crescita, vi è la circoncisione, che viene applicata agli adolescenti di entrambi i sessi; gli anziani circoncidono i ragazzi (ai quali, durante la cerimonia, viene vietato di emettere alcun suono) e le donne anziane circoncidono le ragazze (a cui è permesso piangere). Il governo kenyota ha tentato invano di far cessare questa attività, difesa soprattutto dalle donne Masai. I ragazzi, quando crescono si uniscono ai loro coetani, con i quali devono stringere una forte amicizia. Insieme da ragazzi inesperti diventeranno guerrieri, Come tali si assumeranno la responsabilità di proteggere l'insediamento, mantenere le fonti d'acqua per la comunità e difendere il bestiame. A trent'anni diventano adulti e gli è permesso sposarsi.
BESTIAME : per i masai è simbolo di potere. Nelle loro comunità, la grandezza della mandria e il numero dei figli determinanano la posizione e l'importanza di un uomo. Chi ha meno di 50 capi di bestiame è considerato povero. Ogni animale ha una voce e un temperamento particolare. Il bestiame viene spesso marchiato e contrassegnato da lunghe linee curve e disegni complicati destinati ad accrescerne la bellezza. Raramente i masai uccidono il bestiame grosso per sfamarsi; dii solito tengono a questo scopo alcune pecore o capre. Ma quando si uccide un capo di bestiame, se ne utilizza ogni parte. Le corna servono come recipienti; con gli zoccoli e le ossa si fanno ornamenti e la pelle viene conciata per fare calzature, indumenti, coperte e funi.
ABITAZIONI: Le capanne dei Masai sono costruite con feci essiccate di bestiame. Generalmente sono costruite dalle donne con rami e erba intrecciati e poi rivestite di letame. Hanno forma ovoidale e sono disposte in un grande cerchio che serve per proteggere il "Kraal" interno, dove il bestiame dorme la notte. L'intero perimetro è recintato con rami aguzzi e spinosi che proteggono sia i masai che il bestiame da iene, leopardi e leoni predatori.
LINGUA: La lingua Masai appartiene alla famiglia delle lingue nilotiche orientali. È molto vicina alla lingua Samburu (o Sampur) parlata dai Samburu del Kenya centrale e alla lingua Camus parlata a sud e sudest del lago Baringo (la lingua Camus viene talvolta classificata come dialetto della lingua Samburu). I Masai, i Samburu e i Camus hanno una storia comune e tutti chiamano la propria lingua l Maa, sebbene siano consapevoli delle differenze culturali ed economiche esistenti fra i tre gruppi. I Maasai parlano anche lo Swahili, la lingua franca dell'Africa orientaleI masai, uno dei più famosi popoli africani, sono sul piede di guerra: una guerra d'orgoglio e di sopravvivenza che sta insanguinando le verdi praterie del Kenya e della Tanzania.
TERRITORIO: un tempo la maggioranza delle fascinose terre kenyote appartenevano ai celebri pastori della savana: nel corso del XIX secolo i guerrieri masai avevano conquistato i migliori pascoli della regione sottomettendo le altre tribù. Il declino della loro egemonia cominciò nel 1890 con la diffusione della peste bovina, una febbre infettiva forse veicolata dai colonizzatori europei, che decimò il bestiame provocando una carestia. Seguì una terribile epidemia di vaiolo che uccise migliaia di persone. A tutto questo si aggiunse la fame di terre dei coloni: le zone più fertili abitate dai masai furono dichiarate "terre senza proprietario" e sequestrate dagli europei. Oggi i masai rivendicano il diritto di riacquisire i loro territori ancestrali, dove un tempo pascolavano liberamente le loro mandrie e dove riposano gli spiriti dei loro antenati. Per fare valere questo diritto, in Kenya non hanno esitato ad usare la forza, sfidando le autorità e occupando i campi che ora appartengono ai contadini dell'etnia kikuyu: le violenze hanno già provocato una cinquantina di morti e più di quattrocento feriti.
STORIA: la controversia territoriale in Kenya ha radici storiche profonde e intricate: durante l'occupazione coloniale, i masai si rifiutarono di collaborare con gli inglesi, esponendosi alle ritorsioni e alle violenze del loro esercito. Alla fine, sotto la minaccia delle armi, dovettero cedere. I capitribù masai furono costretti a firmare nel 1904 un trattato (poi ratificato nel 1911), che assegnava gratuitamente ? per novantanove anni - ampi appezzamenti dei loro territori ai coloni. Questo accordo è scaduto il 15 agosto 2003: motivo per cui i masai invocano la restituzione dei territori tribali. Il problema comunque non è di facile soluzione: il trattato era stato sottoscritto coi coloni britannici, ma oggi i farmers bianchi in Kenya e Tanzania sono pochi (quasi tutti lasciarono l'Africa con la fine dell'occupazione coloniale) mentre la gran parte dei territori è in mano ad africani che li hanno legittimamente acquistati o presi in affitto. Una strada percorribile per accontentare i masai potrebbe essere quella del risarcimento.
MATRIMONI:Tra i masai la poligamia non ha limiti: gli uomini possono avere quante mogli desiderano, purché dispongano di bovini sufficienti per acquistarle dalle famiglie di origine. Alle ragazze di età compresa tra i nove e i tredici anni è permesso avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Per tradizione esse possono avere fino a tre amanti contemporaneamente. La stessa libertà viene concessa ai giovani guerrieri, i morana. Le ragazze sono normalmente iniziate alla prima mestruazione, e lasciano i loro guerriglieri per sposare uomini che hanno di solito il doppio della loro età. Gli uomini si sposano in genere dopo i trent'anni, perché devono avere il tempo per accumulare la ricchezza richiesta per contrarre il matrimonio. Quando una ragazza masai lascia la casa materna per quella dello sposo, è benedetta dal padre, il quale sputa un sorso di latte sotto il suo collare e l'avverte di non guardare indietro, altrimenti diventerà di pietra. All'entrata della proprietà del marito, la giovane donna viene ricevuta dalle sue nuove parenti, che la accoglieranno tirandole dello sterco di vacca e insultandola, in genere per la statura, che è un punto di orgoglio per i masai. Questo è un rituale che punta a mettere alla prova le giovani spose di fronte alle avversità della vita.

 


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